Allenarsi da soli: perché si molla e cosa tiene davvero

Quasi tutti quelli che mollano si raccontano la storia sbagliata sul perché. Cosa perde davvero chi si allena da solo, perché la motivazione è la risorsa sbagliata su cui contare, e i tre appigli che reggono quando nessuno ti guarda.

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Il compagno di allenamento smette. Non litigate, non succede niente di particolare: ha un periodo pieno, salta una volta, poi due. Tre settimane dopo hai smesso anche tu. Me l'ha raccontata così uno degli uomini che ho sentito in call: "Facevo attività con un amico, ci tiravamo l'un l'altro. Poi lui ha smesso e ho perso il ritmo."

Uomo sulla trentina esegue un piegamento sulle braccia sul tappeto del salotto di casa, con divano e giochi dei bambini intorno
Nessuno ti guarda. Il salotto di casa, i giochi dei bambini a un metro: è qui che l'allenamento da soli si tiene o si rompe.

Il ritmo, appunto: la parola giusta. Allenarsi da soli è il punto in cui la maggior parte dei percorsi si rompe, e quasi tutti quelli che mollano si raccontano la storia sbagliata sul perché. Io per primo ci sono passato: so cosa vuol dire allenarsi da solo, ed è proprio uno dei punti su cui ho costruito il mio programma.

In questo pezzo trovi il meccanismo vero: cosa perde chi si allena da solo, perché la motivazione non è la risorsa giusta su cui contare, e cosa regge davvero quando nessuno ti guarda.

In questo articolo
  • I tre appigli che un contesto ti dà gratis, e che perdi tutti nello stesso giorno
  • Perché la motivazione è una batteria che si scarica (e cosa non si scarica)
  • Come ricostruirsi gli appigli in versione solitaria, uno per uno

Perché chi si allena da solo molla: i tre appigli che mancano

Quando ti alleni con qualcuno, o dentro un contesto qualsiasi (un corso, una squadra, un orario condiviso), ricevi tre cose senza nemmeno accorgertene.

Qualcuno si accorge se non ti presenti. Il costo di saltare non è più zero: c'è una persona che alle sette ti aspetta, e la sua faccia di domani pesa più della tua stanchezza di stasera.

Un riscontro su come stai andando. Qualcuno ti vede migliorare, ti corregge, ti dice che quella cosa ora la fai meglio. Il progresso diventa visibile, e quello che si vede si continua a fare.

La decisione già presa. Non scegli tu cosa fare oggi: l'orario è quello, il lavoro è quello. Ti presenti e basta.

Chi passa ad allenarsi da solo perde tutti e tre gli appigli nello stesso giorno, e nessuno glielo dice. Il risultato lo conosci: le prime due settimane vanno, la terza si sfilaccia, la quarta non esiste più. E la conclusione che uno si porta addosso è "sono fatto così, mi manca la disciplina". La conclusione giusta è un'altra: stava reggendo tutto con la risorsa sbagliata.

La motivazione è una batteria, e si scarica

La forza di volontà è come la batteria del telefono: parte carica la mattina e si scarica a ogni decisione che prendi. Un sistema no.

Alle sei di sera, dopo una giornata di lavoro, riunioni e figli, quella batteria è in riserva. E l'allenamento da soli, fatto contando sulla motivazione, arriva sempre a fine giornata a chiedere energia a un serbatoio vuoto: devi decidere se allenarti, quando, cosa fare, per quanto. Ogni decisione è un piccolo prelievo, e la somma dei prelievi si chiama fatica decisionale. Quando il conto va in rosso, vince il divano, e non perché sei debole: perché hai chiesto alla parte più fragile di te di fare il lavoro della struttura.

"Con me vince l'abitudine, non vince la motivazione."

Un altro degli uomini che ho sentito in call l'ha detto con quella frase, che vale un manuale. Ecco, lui aveva già capito tutto. La motivazione è quella che ti fa iniziare. L'abitudine, cioè la struttura, è quella che ti fa continuare.

E la struttura non ha niente a che vedere con la geografia. Un altro ancora: "La palestra più vicina è a 15 km, devo fare tutto da solo, manca la motivazione." I chilometri non c'entrano. A corpo libero ti alleni in salotto: quello che gli mancava non era il posto, erano i tre appigli.

Cosa tiene davvero: togliere decisioni

Se la batteria si scarica, la strada è consumarla di meno. Chi regge nel tempo allenandosi da solo, in casa, senza nessuno che lo guarda, ha costruito un sistema che decide al posto suo.

Concretamente, i pezzi sono gli stessi tre appigli, ricostruiti in versione solitaria.

La seduta già scritta prima di iniziare. Quando arrivi al momento dell'allenamento, l'unica decisione ammessa è "eseguo". Cosa fare, quante ripetizioni, in che ordine: tutto deciso in un altro momento, da te o da chi ti segue. Se apri YouTube per scegliere l'allenamento del giorno, hai già perso metà della batteria.

Un orario che è un appuntamento, non un'intenzione. "Mi alleno quando riesco" è la formula con cui si smette. L'appuntamento in calendario si può spostare, ma esiste, e la sua esistenza toglie la decisione "oggi sì o no".

Un riscontro esterno, anche minimo. Qualcuno o qualcosa che si accorge di te: un diario dove segni le sedute fatte, un test ogni poche settimane che ti dice se stai salendo, una persona a cui rendi conto. Su questo sono il primo della lista: anche io ho una persona che pago e da cui vado a fare i check. Faccio questo di mestiere, e non mi fido della mia motivazione. Mi fido del sistema.

Nota cosa manca dalla lista: la voglia. Non è un ingrediente. Nei giorni in cui c'è è benzina gratis, nei giorni in cui non c'è il sistema funziona lo stesso, ed è esattamente per quei giorni che l'hai costruito.

Se il tuo problema non è la solitudine ma il fatto che salti sedute per stanchezza vera, quello è un altro meccanismo: ne ho scritto in quando allenarsi di più è la risposta sbagliata. E se vuoi il quadro completo su come si costruisce la regolarità, c'è il pezzo sulla costanza nell'allenamento: là il tema è il calendario, qui è la solitudine.

Domande frequenti su chi si allena da solo

App e videocorsi contano come compagnia?

Contano come seduta già scritta, che è l'appiglio numero uno, e infatti aiutano. Quello che un'app non fa è accorgersi di te: se stasera non ti presenti, la notifica è identica a ieri, e tu lo sai. Il riscontro vero ha una caratteristica precisa: dall'altra parte c'è qualcuno che vede come ti muovi tu, non un contatore di sedute.

Il gruppo WhatsApp serve a qualcosa?

Serve se è piccolo e se qualcuno nota la tua assenza. Un gruppo da duecento persone dove scorrono i complimenti è rumore: nessuno si accorge di chi manca. Dieci persone che si conoscono per nome sono un appiglio reale.

E se mi alleno in casa con la famiglia intorno?

La famiglia intorno è il contesto in cui il sistema deve funzionare. L'orario va scelto dove la casa lo regge davvero (prima che si sveglino, in pausa pranzo, mai "quando i bambini si calmano", che è un momento che non esiste), e la seduta dev'essere breve e già scritta, così parte prima che qualcuno abbia bisogno di te. Un padre che si allena in salotto non sta rubando tempo alla famiglia: sta facendo manutenzione al motore con cui la manda avanti.

Il primo appiglio te lo presto io

Allenarsi da soli si può, l'ho fatto per anni e lo fanno i Padri che seguo. Ma nessuno regge contando sulla motivazione, e il modo più rapido per capire cosa cambia con una struttura è provarne una.

Venti minuti al telefono, gratis

Si chiama Sessione Strategica di Allineamento. Rispondi a qualche domanda su di te, tre minuti, poi scegli tu quando sentirci. Guardiamo lo sport che fai, da dove parti e come si lavorerebbe sul tuo corpo. Se non posso esserti utile te lo dico subito.

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Samuele Gerli, fondatore di Padri D'Acciaio. Sono più di 15 anni che insegno alle persone a usare il corpo nello spazio: prima con il ballo, poi con il Calisthenics.

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